VISITACI SU EBAY CLICCA QUI!

martedì 13 dicembre 2016

Tommaso di Carpegna Falconieri L'uomo che si credeva Re di Francia

Tommaso di Carpegna Falconieri
L'uomo che si credeva Re di Francia

Tommaso di Carpegna Falconieri
L'uomo che si credeva Re di Francia
Una storia medievale
Edizione: II 2005 LATERZA 


ISBN: 9788842076193
IN OTTIME ECCELLENTI CONDIZIONI 
TUTTO COME DA SCANSIONI 

Argomenti: Storia medievale, Biografie, autobiografie

«La storia raccontata da Tommaso di Carpegna poteva nascere solo nell’Italia del Trecento, fra mercanti e furfanti, mercenari e cardinali: un’avventura picaresca che sembra una novella del Boccaccio, con la differenza che è una storia vera» Alessandro Barbero

È il 1354, i primi giorni di ottobre. Il ricco mercante Giannino viene convocato in Campidoglio da Cola di Rienzo, che gli si getta ai piedi e gli rivela: «Voi siete il legittimo re di Francia, vittima di uno scambio in culla avvenuto pochi giorni dopo la vostra nascita». La grande Storia travolge la vita del tranquillo mercante senese. Nel pieno della Guerra dei Cento Anni, Giannino rivendica il proprio diritto al trono e si aggira per l’Europa in cerca di aiuto. Sostenuto in segreto da una potenza nemica della Francia, coinvolge nel suo disegno cardinali e gran signori. Si procura documenti falsi, una corona, una spada, un’armatura e, alla testa di una compagnia di mercenari, si lancia alla conquista del ‘suo’ regno. Carpegna Falconieri racconta con maestria e sapienza narrativa la vicenda del mercante che volle farsi re, uno dei capricci della Storia nel quale verità e menzogna vanno a braccetto.

LEGGI UN BRANO 

Quando il messaggero giunse a Siena e chiese a Giannino di Guccio di recarsi subito a Roma per conferire con Cola di Rienzo, il mercante rifiutò. Il corriere, infatti, non aveva portato con sé lettere, ma soltanto un messaggio da trasmettere a viva voce; il prudente mercante reputò che fidarsi non sarebbe stato opportuno, e rispose di non conoscere il tribuno e di non avere nulla a che fare con lui.

Era risaputo che Cola di Rienzo, tornato a governare l’Urbe dopo sette anni di incredibili peripezie, era sempre in cerca di denaro per pagare la campagna militare contro i Colonna. Non aveva fatto uccidere il condottiero fra’ Moriale per carpirgli il tesoro? E non si diceva forse che il senatore, ebbro di vino, chiudesse in prigione la gente allo scopo di ottenere il riscatto? Andare a Roma sarebbe stato azzardato: nella migliore delle ipotesi, Giannino avrebbe rischiato la borsa e la vita in un agguato di briganti sulla via Cassia; nell’ipotesi peggiore, sarebbe stato rapinato proprio da colui che lo aveva convocato.

Erano i primi giorni di settembre del 1354. Giannino di Guccio, mercante di trentott’anni, con moglie e figli, non se la sentiva proprio di mettere a repentaglio la vita e la ricchezza con un gesto così avventato. Ma Cola di Rienzo voleva incontrarlo a ogni costo. Lo aveva fatto cercare per diversi giorni in terra di Toscana e, ora che lo aveva trovato, non intendeva farselo scappare. Il 22 settembre giunse a Siena un secondo corriere, questa volta provvisto di una lettera ufficiale datata al giorno 18, nella quale il senatore dei romani lo pregava di presentarsi a lui senza indugio e nel modo più celato possibile.

L’atto proveniente dal Campidoglio convinse Giannino, che si travestì da soldato, si mise una barba finta e partì alla volta di Roma. Ma il dubbio persisteva. Da uomo prudente qual era, stimò opportuno portare con sé un notaio, che scelse nella persona del suo compare, ser Angelo d’Andrea Guidaregli, del quale si fidava. Se fosse stato coinvolto in qualche affare poco chiaro, il notaio avrebbe certamente saputo trarlo d’impaccio. Giunse a Roma la sera del 2 ottobre e prese stanza a Campo de’ Fiori. Quando fu scesa la notte, si fece accompagnare dall’oste fino in Campidoglio. Trovò Cola di Rienzo che cenava. Il senatore mangiava da solo, seduto a una tavola posta più in alto delle altre, intorno alle quali cenavano dodici o forse sedici gentiluomini.

Giannino, ancora in tenuta da soldato, si portò davanti al tribuno e, toltosi il cappello, si inginocchiò, porgendo la lettera. Cola di Rienzo lo fece subito alzare e lo fece condurre in una camera riservata. Dopo poco tempo fece suonare le trombe per segnare la fine del pasto, si alzò da tavola e lo raggiunse. Per prima cosa lo invitò a togliersi la barba finta, dicendogli: «Bene sappiamo come voi sete fatto».

Cola di Rienzo aveva ripreso il potere da appena due mesi. A quarantun anni, aveva vissuto una vita molto intensa, composta di periodi talmente diversi l’uno dall’altro, da apparire ognuno adatto a una persona differente: figlio di un taverniere e di una lavandaia, era riuscito a diventare notaio. Parlava e scriveva talmente bene, che il popolo lo aveva inviato come ambasciatore ad Avignone presso il papa. Lì aveva stretto amicizia con Francesco Petrarca, e da lì erano cominciate le sue fortune. Salito al potere con un incruento colpo di mano, aveva governato Roma dal maggio al dicembre del 1347. In quei giorni di gloria sognava di ridare al popolo romano la sua antica grandezza: aveva tentato di unire in lega le città d’Italia e, in una solenne cerimonia, si era fatto incoronare tribuno augusto, con l’intenzione di diventare, l’anno dopo, imperatore.

Il sogno si era infranto molto presto, solo per tramutarsi in un miraggio contemplato da distanze ancora maggiori, dai contorni ancora più vaghi: fuggito sui monti della Maiella, frequentando i frati di povera vita che vi si nascondevano e leggendo i testi profetici che essi conservavano, si era convinto di essere lo strumento prescelto dallo Spirito Santo per salvare il mondo e traghettarlo verso una nuova età di purezza e perfezione. Così era andato in Boemia da Carlo IV, imperatore eletto ma non ancora incoronato, affinché egli lo inviasse a Roma come suo emissario. Il risultato, però, erano stati anni di prigionia, prima in una sperduta città sull’Elba, e poi, quando il pontefice era riuscito a farselo consegnare, in una torre del palazzo dei papi, ad Avignone. Accusato di eresia, avrebbe forse subìto la pena del rogo, se la morte improvvisa di Clemente VI e l’elezione di Innocenzo VI, che lo stimava, non avessero volto la situazione in suo favore. Il nuovo papa aveva deciso di servirsi di Cola, ancora amato dal popolo romano, per portare nuovamente l’Urbe sotto il controllo pontificio. E Cola era partito per raggiungere il cardinale Egidio Albornoz, che stava riconquistando le terre dello Stato della Chiesa. Dal 1° agosto 1354, Cola di Rienzo si trovava di nuovo al governo del comune romano. L’appellativo ampolloso e inusitato di tribuno augusto era stato, almeno formalmente, abbandonato: come reggente in nome del papa, sottoposto allo sguardo vigile del cardinale legato, che aveva fissato il suo quartiere a Montefiascone, adesso Cola portava il titolo, tradizionale, di senatore.

Cola era un uomo alto e corpulento, dall’ampia barba rossa. Giannino, che gli stava seduto accanto, era piccolo di statura e gracile di corporatura. Aveva smesso di crescere da bambino, a causa – diceva – del duro lavoro cui era stato obbligato. Cola gli chiese di giurare che avrebbe riferito la verità. Poi lo interrogò sul suo nome e su quello del padre, sul nome della madre, sulla sua nascita e sui ricordi d’infanzia.